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DUBUFFET E L’ART BRUT

J. Dubuffet, Cité Fantoche
L’opera di Dubuffet è da mettere in rilevo per l’importanza cruciale che ha avuto nel ridefinire il concetto e la visione dell’arte ponendo le fondamenta di un pensiero nuovo, un nuovo corso.
Nato nel 1901 inizia da giovane a dipingere. Tuttavia, a differenza di Fautrier e Wols, il successo arriverà molto tardi, nel 1945. La sua prima apparizione evidenziò nell’immediato il carattere totalmente nuovo della sua arte, frutto di riflessioni lungo il corso degli anni e i cui risultati furono talmente innovativi da incidere nel profondo del pensiero artistico protraendosi sino ad oggi.
Alla base della visione artistica di Dubuffet c’è la negazione: dell’Accademia, prima di tutto, accusata di un netto allontanamento dalla realtà, dalla vita quotidiana, che è l’elemento attorno al quale gravita la sua arte, capace di esprimere il valore umano e umanistico di quest’ultima. Conseguentemente, il rifiuto dell’Accademia e dei suoi valori implicò il rifiuto della posizione elitaria che l’arte aveva assunto attraverso i secoli e della stessa arte contemporanea che aveva sì visto aumentare il numero di artisti, scansando il ruolo oramai ”borghese” dell’artista, ma al contempo questa nuova generazione continuava pur sempre a seguire dettami e idee derivanti da una tradizione post-umanista e naturalista legata all’intelletto, al concetto di ”uomo misura di tutte le cose”. Tutto ciò costituirebbe, nel pensiero di Dubuffet, un sacrificio della creatività e del carattere spontaneo e immaginifico che renderebbero autentica l’esperienza artistica. Per tale motivo iniziò a prestare maggiore interesse alla realtà che lo circondava e ad interessarsi a particolari categorie di soggetti socialmente marginali, dotati, tuttavia, di una capacità creativa semplice, non soggetta ad influenze esterne; tali soggetti erano i folli, i bambini, ossia tutti coloro che pur non potendosi considerare ”artisti” avevano in cambio l’abilità di crearsi nicchie in mondi propri a causa della particolarità dell’isolamento derivante dalla loro condizione. Essi non erano semplici osservatori, bensì partecipavano delle emozioni della vita in un frangente in cui essa si donava alla loro immaginazione. È questo il fattore che coinvolge maggiormente Dubuffet e che lo portò a definire i suoi lavori ”Art Brut”, ossia, come scrive Perniola, basata su ”l’assoluta originalità nella forma e nel contenuto e l’isolamento culturale, sociale e psicologico del creatore”. L’arte viene concepita come uno stato gioioso, effimero, incommerciabile per il fatto stesso che la vita di cui essa gode è breve.
Caratteri questi che ritroviamo nella serie ‘‘Marionette di campagna e città” e nei successivi ritratti: scene di vita quotidiana, immortalate come attimi colti nel loro avvenire. Figure apparentemente grottesche, eppure sfuggenti come l’attimo che vivono, la cui bidimensionalità li sottrae a qualsivoglia ideale. Sono forma e materia, espressioni rudimentali e suggestive.
I viaggi compiuti alla fine degli ’40 furono decisivi nel dare maggiore risalto alla forma e alla materia. I deserti del Sahara, con quelle luci e le immense distese di sabbia, gli fecero comprendere come anche la materia corposa fosse parte essa stessa della realtà. La stessa figura umana assume maggiore definizione, inserita nella materia in maniera simil-diversa rispetto a Fautrier. Se in quest’ultimo la nube era sì parte dell’opera ma distaccata rispetto alla figura da essa emergente e al contempo unita, in Dubuffet le figure, pur nel loro isolamento, che ne sottolinea l’individualità, sono scalfite nella materia, ne sono, per meglio dire, parte integrante, soggette alla metamorfosi segnica che da essa origina (è il caso della serie dei Paesaggi grotteschi, del 1949, da cui origineranno Corpi di donna e ad altre serie di paesaggi). Il decennio successivo vede Dubuffet impegnato in un incessante lavoro che vede intrecciarsi tecniche differenti ma accomunate dalla continua ricerca della definizione materica (Petites statues de la vie precaire, del 1954, sculture composte con materiali vari, gli assemblages Topografie e Texturologies, del 1957 dove viene meno la definizione lineare a vantaggio della materia pura e libera).
Un percorso lungo, iniziato nel 1942 e che trova la sua maggiore compiutezza un ventennio dopo circa con ”Hourlope”, figure che si stagliano su un fondo nero, che si interconnettono, generando una tensione multi-direzionale che crea sinergia tra materia e forma. Dubuffet inizia da allora a virare la sua arte verso la dinamicità dell’esistenza che vada oltre la registrazione dell’attimo. Creare attraverso la materia e il colore (la cui valenza l’artista riscopre in questi anni) sono a fondamento delle figure-base di ”Logos” un ciclo di grandi tele in cui primeggiano entrambi gli elementi attraverso il rilievo, divenendo nel 1968 vere e proprie architetture, luoghi materici e proiezioni di ambienti in cui gli uomini possono abitare. Figure incastonate, multiformi, poliedriche e colorate che rispecchiano quel senso di giocosità e dinamicità che l’artista va cercando e che ritiene essere la più compiuta espressione dell’arte. Quest’ultima non deve mirare alla bellezza, né raggiungere uno stato ideale distante dall’esistenza.
D’altra parte per Dubuffet la bellezza non è che un’impostura derivante dai Greci che stabilirono cosa dovesse essere bello e cosa no: un’azione tanto rivoltante e tale da uccidere lo spirito creativo [Perniola, 2015]. Questa è l’essenza dell’arte di Dubuffet.
Si può allora comprendere l’importanza della sua produzione nel percorso di ricostruzione di un nuovo linguaggio artistico (o sarebbe il caso di parlare di vera e propria costruzione): la sua arte rompe con ogni norma o tecnica o linea di pensiero. Un’arte visionaria e post-realistica, distinta dagli eccessi cromatici espressionisti, dai risultati surrealisti, proprio per il suo proporsi come arte di negazione e di sperimentazione di formule altre. Essa si manifesta con linguaggi nuovi, materiali nuovi (precorrendo o parallelamente alle sperimentazioni del New Dada). La materia diventa protagonista ed esce dalla tela. Essa, unitamente al colore e a forme primitive e indefinite apre l’orizzonte a nuovi fronti artistici, della cui eredità tutt’oggi è possibile percepirne l’esistenza.

-A. Celletti

fonte immagini: web