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MARINA ABRAMOVIC: ”ART MUST BE BEATIFUL…”

 

Riconosciuta come la maggiore rappresentante della body e performance art, l’artista serba Marina Abramovic (1946) ha saputo non solo dare definizione e canoni a questa arte, ma, soprattutto, ha saputo rivendicare ed affermare il ruolo femminile in questo settore. Da sempre concentrata sulla ricerca del controllo del corpo e della comucazione di questo con l’ambiente materico, umano e spirituale soprattutto, l’Abramovic ha il grande merito di aver spostato la riflessione artistica verso un linguaggio altro, dove il corpo è al centro di influenze e flussi energetici che vedono l’artista presente ma pur sempre distante, emotivamente coinvolta e coinvolgente, soggetto animato e presente sublimato esso stesso in arte.
Con ”Art must be beatiful, the artist must be beatiful”, una video-performance del 1975, l’Abramovic ripresa in primo piano, in un ambiente scarno (secondo le tendenze minimali delle produzioni video di quegli anni), come dinanzi ad uno specchio inizia lentamente a pettinarsi i capelli. Sussurra la frase che dà titolo all’opera e il gesto man mano diventa più rapido, frenetico, fino alla ferocia. Il pettinarsi diviene colpo che sacrifica il volto espasperato dalla ripetizione che da semplice sussurro si innalza a grido. ”L’arte deve essere bella, l’artista deve essere bella”. Una proposizione che denuncia un’estetica perversa e tutta occidentale che vuole l’arte canonizzata in parametri che devono colpire la visione della stessa e non il contenuto. Lo stesso vale per l’artista: la critica è condotta in particolare contro quelle artiste che usavano il loro corpo mettenddone in rilievo l’aspetto, camuffando dietro la sua manipolazione estetica la vera essenza dell’azione artistica. Più in generale si può dire che l’Abramovic urli contro la sottomissione dell’esperienza performativa all’ideale di bello oggettivo. Il sussurro come convinzione è destinata a logorare e distruggere (o, per meglio dire, impoverire) l’artista e l’arte stessa, desinata a smarrire l’essenza, ma rivelando alla fine come ciò che realmente traspare è cosa ben oltre la semplice apparenza; essa non deve limitarsi ad essere vista, ma farsi compartecipe dell’artista e dello spettatore. Solamente in questo modo l’arte sarà bella e l’artista potrà definirsi ”arte”.

-A. Celletti