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Dentro l’opera: ”La cortigiana romana” di Scipione

Scipione-La-cortigiana-romana, 1930

Ed una donna gli si volle avvicinare, 
bello il suo volto ma velenoso il suo cuore,
 
con il suo corpo lo invitava a peccare.
 

-A. Branduardi, F. Battiato, Il sultano di Babilonia

Quella che si nasconde dietro ”La cortigiana romana” di Scipione è una storia curiosa, apparentemente grottesca, ma nella realtà quasi romantica, che si svolge sulle rovine decadenti della città durante quei suoi tramonti infuocati e nelle oscure notti.

Giungendo nei pressi del Foro di Traiano si vede una donna seduta da presso; la bellezza non è affatto il suo pregio, anzi appare quasi una volgare caricatura di una meretrice: ha labbra grosse, molto accentuate, capelli irti, uno sguardo arcigno e maledetto. Se ne sta lì, provocatrice nel mostrarci l’ampia scollatura e i seni abbondanti, nell’atto di sollevarsi la veste e mettere in mostra ai passanti la sottana e le caviglie. Indossa uno stivaletto in un piede e un tacco in un altro, la calzatura delle prostitute la prima, simbolo di eleganza e signorilità l’altro. Non è vestita con gli abiti dell’epoca, ma sembra essere un’icona ottocentesca, collocata sullo sfondo di Piazza Traiana col suo colonnato di mattoncini rossi che, secondo Moravia, avrebbe affascinato Scipione (nome d’arte di Gino Bonichi -1904-1933) e che Mussolini avrebbe fatto abbattere, facendo così perdere alla piazza il suo fascino originario 1.

Chi è costei? È davvero solo una figura partorita dalla mente di Scipione come le donne dei Nudi o i Due Uomini che si voltano?

Il De Angelis è illuminante sulla vicenda: la donna del dipinto è realmente esistita e Scipione era pazzo di lei, la inseguiva ovunque, la corteggiava spudoratamente. Secondo lo scrittore il ritratto sarebbe nato come merce di scambio: l’avrebbe resa immortale in cambio del suo amore ( molto probabilmente la storia è stata ‘’romanzata’’ dal De Angelis).

Sembra fosse una vedova datasi alla prostituzione. La si poteva vedere girare per le strade e le piazze ogni notte, ‘’ad una cert’ora con un libro nero da messa, i veli fluttuanti, un abito di crespo nero; non rare volte con la corona del rosario e il volto gonfio di sonno, di peccato e di paura”2. Usciva al tramonto per recarsi in chiesa e chiedere perdono, poi vagava nella notte. Aveva una voce roca e ogni tanto la si sentiva ridere e canticchiare, aggirarsi a Piazza Navona, Castel S. Angelo o piazza di S. Giovanni come un’invasata, con una camminata fluida, con quei suoi occhi neri e bellissimi.

Non era solita concedersi a tutti, sceglieva lei i suoi clienti e Scipione non era tra questi. Nonostante le spietate avances del pittore lei lo respingeva, gli puntava il braccio che brandiva una coroncina, come per allontanare quel demone dalla carne marcia, quell’angelo indemoniato che la perseguitava e la desiderava ad ogni costo. Lei puntandogli quella corona sembrava volesse ‘’esorcizzarlo’’ come scrive il De Angelis, rifiutarlo ad ogni costo, non concedergli neanche l’amara consolazione di un semplice ritratto.

Ritratto o caricatura? Si potrebbe definire un ritratto ideologizzato perché quello che Scipione intende mostrarci non è la rappresentazione di una banale prostituta, una caricatura appunto, in uno stile che sembra quasi richiamare un Botero, ma di una donna, la sua donna e la esalta in quei tratti che più di lei lo attirano: le labbra, i lunghi capelli neri coperti dai veli che lei indossa, quelle gambe e quei seni prosperosi. Scipione la ama, di un amore carnale, possessivo; quei tratti accentuati lo eccitano e attraverso la tela lui la possiede. Un vero e proprio atto amoroso si svolge sotto i nostri occhi, una velata condivisione di un rapporto carnale negato nella realtà, ma goduto nella fantasia, schiantato coi colori su una tela, sotto lo sguardo di tutti. Macabro erotismo e penitenza: questo trasmette al De Angelis quella donna, la quale, come scrive, è meglio goderla in effige, perché dal vero essa incuteva timore, appariva come un fantasma, tetra e blasfema, triste e vogliosa, anche molti anni dopo, quando lo scrittore la rivide ormai consumata dalla vecchiaia, spettrale e custode di quel corteggiamento dai contorni misteriosi sullo sfondo di una Roma che assume i caratteri dei sobborghi malfamati e scabrosi di un romanzo di Dickens.

Osservando la tela ciò che più incuriosisce e si carica di mistero è lo sfondo con le due chiese e la colonna al centro. Richiamo certo al sacro e al profano, rapportarlo all’immagine della donna non è semplice. Cosa vuole dirci Scipione? Un amore illecito, profano per l’appunto, che necessità di una beatificazione? Vuole solo simboleggiare i luoghi in cui la sua amata al tramonto soleva recarsi a pregare? I toni ambrati del paesaggio potrebbero avvallare una simile lettura: i rossi e gli aranci investono l’ambiente, lo tingono di una poeticità barocca, squisitamente romana e ci offrono l’immagine seducente di una Roma cattolica e imperiale, gli ultimi istanti di una città lussuriosa, peccaminosa e in rovina, opulenta come il corpo carnoso della cortigiana. Si viene come ad istituire uno stretto legame tra la città e la donna: l’una è il riflesso dell’altra: Scipione trasforma Roma in una puttana che, vestita di croci, non vuole concedersi a nessuno, ma si vende a tutti, come la cortigiana che egli desidera, che di puro ha solo il fazzoletto bianco che sventola, come a chieder pace.

Quello che Scipione vuole offrirci, sostiene Alberto Moravia in una discussione sul quadro in questione, è un archetipo della cortigiana riferita alle grandi città; queste, continua lo scrittore, hanno due caratteri che le contraddistinguono e si compenetrano: l’universalità e la promiscuità. La prima da termine positivo proprio per il suo esser tale rischia di tramutarsi nella seconda nel preciso istante in cui tutti tentino di approfittarne3.

I critici e gli storici dell’arte escludono categoricamente che nelle opere di Scipione si possa rintracciare qualsivoglia riferimento politico. Sebbene questa sia forse tra le poche tele fortemente ‘’biografiche’’ del pittore, essa sembra celare anche una possibile lettura politica dell’opera. Il 1930 è la data di esecuzione della tela. Appena un anno prima erano stati siglati tra lo Stato fascista e la Chiesa i Patti lateranensi coi quali di fatto quest’ultima di comprometteva politicamente col regime. Che Scipione abbia velatamente voluto simboleggiare questa scabrosa unione tra potere temporale e quello spirituale? Una vendita spudorata della Chiesa al regime, al pari di un atto di prostituzione? O ha voluto semplicemente regalarci un ultimo scorcio di una Roma morente? I luoghi della sua amata scompaiono e lei col volto crucciato li saluta.

Letture azzardate che si spingono forse più in là della reale storia che si cela dietro l’opera, ma una cosa è certa: Scipione ci ha regalato uno scorcio magico e surreale della sua Roma, suggestiva nelle luci che su di essa si proiettano da un cielo limpido, iconoclasta come lo definisce il De Angelis, sul quale si proiettano solamente le ombre degli edifici che sotto di esso si innalzano come a volerlo raggiungere.

Un tramonto che avvolge quelle chiese barocche, che immergono nella penombra la figura spagnoleggiante della donna, che infiammano la città e le sue vie.

-A. Celletti

1A. Moravia parla della Cortigiana romana, video tratto da youtube

2R. M. De Angelis, L’avventura di Scipione pittore romano, pag. 65

3Vedi nota 221