CINEMA E IMMIGRAZIONE: IL CASO ZANTOKO

‘Benvenuto a Marly-Gomont”.Una commedia divertente -tratta da una storia vera- sul difficile processo di integrazione di una famiglia africana all’interno di una piccola comunità francese.

Si riscontra nella cinematografia contemporanea la tendenza anomala a virare verso un certo pietismo il livello di una narrazione che ha ad oggetto temi rilevanti, siano essi di carattere storico o sociale.

Il problema di fondo di questa vasta produzione cinematografica è di spingersi ad un livello di drammatizzazione dei fatti tale da distorcere la percezione degli eventi, col fine di far leva sull’emotività del pubblico.

È una realtà che di recente Jean Mordillat ha analizzato col suo inusuale sarcasmo. Il regista ha, infatti, fatto notare come, nel caso della Rivoluzione Francese, la storia venga sempre compromessa da un pietismo che inevitabilmente spinge l’osservatore ad un coinvolgimento emotivo tale per cui vorrebbe deviare la realtà storica sperando che la regina venga risparmiata dall’atroce morte.

Un discorso analogo vale per altri casi, specie per quei film che hanno ad oggetto temi sociali come l’immigrazione.

Lo storico africanista Alessandro Triulzi e l’artista Nicolò Degiorgis rilevano l’urgenza di una trattazzione che esuli da schemi politici e da influenze culturali. Una libertà di interpretazione che solo l’arte è in grado di garantire.

È compito degli artisti proporre ‘‘contro-narrazioni e visioni alternative a quelle della politica […] Naturalmente non è facile combattere un’emissione continua e disinformata di opinioni, pregiudizi e discorsi che oscillano tra il moraleggiante e il razzista. Gli artisti…non hanno altra strada che ribadire che la diversità è una forma di ricchezza e non di divisione… e favorire forme di empaia e di immedesimazione della condizione umana che uniscano… Gli artisti sono gli unici che possono farlo,, [A. Triulzi].

Un esempio illuminante di film che rispecchia le speranze di Triulzi e Degiorgis arriva dalla Francia.

Benvenuto a Marly-Gormont”, pellicola del 2016 diretta da Julien Rimbaldi, rappresenta una felice sintesi di dramma e commedia, canzonando i luoghi comuni e dimostrando quanto il genio dell’arte possa instaurare dialoghi tra posizioni differenti senza assumere un unico punto di vista, ma sviscerandole ciascuna secondo le sue logiche.

TRAMA

Francia, 1975. Il giovane Seyolo Zantoko (Mark Zinga), rifugiato congolese da poco laureatosi in Medicina presso l’Università di Lilla, riceve dal sindaco di Marly-Gomont (comune della Francia settentrionale) l’offerta di ricoprire il posto vacante di medico nel piccolo villaggio.

Spinto dall’opportunità di ottenere in tal modo la cittadinanza francese, il giovane accetta, trascinando con sé la sua famiglia, convinta, invece, di trasferirsi a Parigi.

L’arrivo dei Zantoko non passerà inosservato, essendo essi le prime persone di colore a mettere piede nel villaggio.

I problemi di relazione si manifesteranno sin dal principio e la famiglia verrà fatta oggetto di pregiudizi e stereotipi, nonché vittima della propaganda politica locale.

Per Seyolo le difficoltà saranno immense: nessuno vuol farsi curare da lui e sua moglie Anne (Aissa Maiga) lo opprime con la richiesta di trasferirsi a Bruxelles per raggiungere il resto della famiglia.

La tenacia nel voler abbattere quel muro di ostilità che i cittadini gli hanno alzato contro, lo spingeranno a proseguire il suo percorso, ma ben presto lo sconforto avrà la meglio su di lui.

Quando tutto sembra essere perduto…

Film del 2016 di produzione franco-belga, diretto dal regista francese Julien Rimbaldi, ”Benvenuto a Marly-Gomont”trae spunto dalla vicenda biografica di Seyolo Zantoko, trasformandola in una metafora del difficile processo d’integrazione, del peso dei pregiudizi e degli stereotipi.

L’abilità di Rimbaldi è stata quella di riscrivere in chiave divertente la vicenda del medico, riuscendo a strappare un sorriso, anche se amaro, ad uno spettatore invitato a riflettere su atteggiamenti sin troppo comuni, ma che alle volte impediscono di rendersi conto che dalla diversità possono ricavarsi anche grandi benefici.

Un film che incanta anche per merito di una fotografia straordinaria e di una splendida colonna sonora, composta da Kamini Zantoko (figlio di Seyolo Zantoko), famoso rapper francese.

Una commedia che, per la tematica affrontata con garbo e moderazione, è consigliata ad un pubblico di tutte le età.

IMMIGRATI NEL TEMPO- mutamenti di paradigma.

La storia di Seyolo Zenkoto viene raccontata a partire dall’anno 1975.

Nonostante la storia del medico francese sembri assurgere ad emblema di un’attualità con la quale ci stiamo confrontando, è rappresentativa di un periodo storico delicato, legato alle radici di quel sostanziale mutamento di paradigma nella storia dell’immigrazione e causa di quei fenomeni che contornano la nostra visione e il nostro giudizio su questa.

Per spiegare in maniera ”tecnica” ciò è stata fondamentale la lettura del saggio di Nigel Harris, ”I nuovi intoccabili’‘ (2000, ed. Il Saggiatore), il quale riesce a mettere in luce i passaggi fondamentali per cui si è passati da una fase in cui il fenomeno immigratorio era visto in maniera favorevole al suo opposto.

I prodromi di questo mutamento sono da ravvisarsi nei cambiamenti all’interno del sistema economico e alla conseguente nascita di una nuova classe politica, la borghesia, e del suo liberismo.

Nello specifico, quando iniziò ad umentare il divario tra ricchi e poveri, gli Stati avvertirono l’emergenza che quel patto sociale stipulato coi cittadini (in base al quale nessuno avrebbe mai dovuto avere troppo o niente) stava subendo delle fratture. Fu allora necessario atturare un programma volto a rafforzare un’idea forte di identità nazionale, il cui primo passo consistette nel rafforzamento dei posti di controllo lungo le frontiere e, di seguito, la necessità di ”selezionare” i cittadini, il che finì col creare all’interno dei territori gruppi identitari che presentavano differenti origini e culture, ossia le minoranze.

Nel corso del XX secolo questa tendenza s’accentuò a ridosso della Prima Guerra Mondiale (si pensi al culto degli eroi negli anni successivi).

Se questi furono i prodromi, il vero cambiamento si avrà solamente nella seconda metà del XX secolo e ancora una volta le cause furono i mutamenti del sistema produttivo e di scambio.

I nuovi processi industriali provocarono un tracollo di settori importanti come l’agricoltura e l’artigianato e ciò comportò un notevole aumento della disoccupazione, che raggiunse i massimi storici a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80.

La politica ha cercato di deviare il problema con soluzioni volte a limitare l’immigrazione, arrivando a colpire anche gli immigrati già integrati.

Le politiche messe in atto sfociarono allora in vere e proprie propagande anti-immigrazione al cui centro, come oggi, venivano posti concetti tanto vani quanto generalizzati quali quello di tradizione e cultura, i quali non sono non hanno alcun fondamento logico, ma non affrontano quello che è il reale problema, ossia il ruolo della finanza internazionale e i processi di delocalizzazione e sfruttamento.

È lo scenario presentato nel film, tanto che Zantoko diviene il centro di una campagna elettorale giocata meschinamente sulla sua pelle e sulla sua persona.

È una questione sulla quale Harris si scaglia veementemente .

Il problema, sostiene, non è l’immigrato e questo sia perché rappresenta una minima parte della popolazione, sia perché incide sulla redditività statale in scarsissima misura. E sulle politiche ”nazionalistiche” afferma:

<<Non si portano mai solidi argomenti ispirati a un internazionalismo forte, scevro da pietismi, al riconoscimento del fatto che le condizioni materiali della vita della popolazione nazionale dipendono dal lavoro degli stranieri. Nella migliore delle ipotesi si può sentire qualche esortazione a non essere scortesi. Coloro che hanno interesse all’internazionalismo, gli uomini d’affari e i banchieri globali, si limitano a curare i propri interessi. I tradizionalisti paladini dell’Internazionalismo operaio, marxisti e socialisti, sono spesso arroccati sulla difesa del vecchio nazionalismo come unico strumento di tutela dei poveri>>

e ancora, con riferimento al richiamo ai termini di ”cultura” e ”valori nazionali”, egli sostiene come la loro vaghezza sia spesso utilizzata da chi non ha scrupolo alcuno a speculare sui pregiudizi.

<<Essendo indefiniti, la cultura o i valori non possono essere impiegati per individuare chi appartiene di diritto all’insieme dei cittadini o chi debba esserne escluso. Sinora gli Stati Uniti hanno evitato di applicare un simile approccio, lasciando che fossero i normali processi del cambiamento sociale a modificare continuamente il concetto stesso di ”americano”. Prima o poi anche Europei e Giapponesi dovranno imparare ad essere altrettanto flessibili>>

Si parla di buonismo, di radical-chic. Etichette banali tanto quanto gli argomenti blaterati per presentare un problema che non sussiste. Stando ai proclami di chi nasconde le proprie competenze, nel corso degli anni avremmo dovuto subire l’invasione di una moltitudine di popoli.

Le invasioni sono retaggi storici. L’evoluzione ha portato gli uomini (o una parte) a preferire alla guerra il confronto.

Al dominio forzato si è preferita l’integrazione.

Questo era il sogno di chi ha lottato per l’abbattimento delle frontiere.

Questo è il terrore di chi pensa che il suolo che calpesta gli appartenga.

Saremo buonisti, quantomeno abbiamo fatto lo sforzo di tentare di capire le dinamiche che muovono il mondo e la Storia.

-A. Celletti

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