ARON GRECO: VIDEO VISUAL EXPERIENCE

”…l’immagine soltanto, colta in un momento, in un gesto,

in un’espressione, che guizza e scompare […].

Un’immagine muta, che tremola per un momento su lo schermo

e scompare in silenzio, d’un tratto, come un’ombra inconsistente,

giuoco d’illusione…,,

-L. Pirandello, Si gira

Potrebbe a prima vista sembrare che attraverso i suoi video Aron Greco trascini l’osservatore in un mondo psichedelico e allucinato; eppure nessun delirio psicotico o spirito visionario leopardiano hanno a che fare con la sua produzione.

Si tratta invece di un più sottile e concettualmente intricato lavoro di osservazione che parte dalla realtà per indagarla, ”scarnificandola” mediante il supporto tecnologico col fine ultimo di percepirne gli aspetti sfuggevoli, sicché da ogni presa diretta sul reale, mediante quel particolare catturato dalla videocamera, originerà un’altra realtà e da quest’ultima un’altra ancora.

È la percezione l’idea che sta alla base della ricerca visiva di Aron Greco, il <<percepire tramite l’occhio in tempo reale per mezzo della macchina e raccontare una realtà altra. Smuovere immagini che il nostro semplice occhio non permette di fare. La macchina da presa permette di vedere quello che prima non esisteva. In più il mixer consente di concentrare sinesteticamente suono, colori e immagini in movimento. L’immagine diventa astratta nei limiti del nostro non riconoscimento del reale. La percezione viene spinta fuori dai canoni tradizionali, sviluppando nuovi ordini immaginativi e di pensiero che prima non esistevano>>.

Presa diretta sul reale significa assumere quest’ultimo come soggetto ”artificioso”, col risultato di far divenire la vista sulla realtà immediata ”una chimera nel paese della tecnica” (W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica).

L’Occhio del Ciclope (l’obiettivo) diviene in tal modo schermo e contenitore: mentre in quest’ultimo caso vale quanto già esposto (ossia la capacità dell’obiettivo di incamerare particolari che l’occhio umano non è capace di cogliere) con la conseguenza, si può aggiungere, di una dematerializzazione della realtà fagocitata dalla cinepresa, in quanto schermo invece esso si pone come linea di confine, di demarcazione tra il il visibile e il non-visibile, tra il reale e il virtuale; in sintesi l’obiettivo in quanto schermo si configurerebbe come un Velo di Maya da squarciare, oltrepassato il quale si è catapultati nel flusso tecnologico, un mondo in cui ”per principio e senza eccezioni vale la regola che nessuno possa sentirsi sicuro di avere a che fare con la realtà naturale” (Lem).

Per Aron Greco, tuttavia, la distinzione tra reale e virtuale resta definita: oltre lo schermo esiste una realtà di mondi infinitamente possibili che hanno vita nella loro creazione finita; <<il video ha vita in sé>>, non si sostituisce al reale, ma ne è una semplice riproduzione che si va configurando sempre più come rappresentazione.

Il reale resta tale, potenziato dalle tecnologie digitali, le quali hanno finito coll’amplificare anche gli organi di senso attraverso i quali lo si esperisce; ed è proprio questa la sfida che l’artista lancia all’osservatore, ossia l’invito a sfruttare i propri sensi per lasciarsi trasportare in un’esperienza immersiva totalizzante, guidato dai suoni e dai colori che amplificano le percezioni scaturite dalle immagini in movimento.

Sotto questo punto di vista è riscontrabile anche un aspetto ludico nel ”sondare” tra queste immagini: ognuno recepirà un’impressione diversa, vedrà un particolare sfuggito ad un altro; all’obiettività dell’inquadratura della videocamera si contrapporrà quella soggettiva dell’individuo. Da una realtà naturale ne scaturiranno infinite irreali e ”artificiose”.

Tutto questo rende attuale la ricerca di Aron Greco inserendola all’interno dei più recenti studi in materia di estetica della comunicazione tecnologica che postula (come delineata da Mario Costa) la totale assenza di informazione:la comunicazione si risolve ” nelle connessioni e nelle relazioni macchiniche esistenti tra le varie parti del dispositivo comunicazionale”; la fine di ogni estetica delle emozioni e della forma, sostituita dal flusso e soprattutto l’importanza attribuita alla sensorialità intesa come ”apertura all’essere delle tecnologie e come stato nel quale ogni distinzione tra esterno ed interno, soggetto e cosa, spirito e materia viene a cessare” (M. Costa, La disumanizzazione tecnologica).

Sono caratteri questi che tendono ad emergere e a caratterizzare la produzione video di Aron Greco e che portano a riflettere sul dubbio sollevato da Lem circa la natura del reale con cui si trova a confrontarsi.

Il reale da cui l’artista prende spunto è quello tangibile, naturale ma potenziato dal ricorso alle tecnologie può dare origine ad altre centomila realtà: ognuna di queste è un’entità autonoma nella misura in cui vale in quanto processo creativo, ma nessuna di queste ha un’autonomia propria in quanto non saranno mai trasfigurazioni del reale da cui derivano, ma varianti determinate dall’assunzione di diversi punti vista.

Aron Greco osserva ed insegna ad osservare: nei suoi video l’occhio umano si fonde con l’obiettivo della videocamera. L’umano che incontra la tecnologia nei termini delle impensabili e quasi fantascientifiche teorizzazioni di Paul Virilio e Marshall McLuhan, a riprova che in fondo allora esistono o sono ipotizzabili una, nessuna e centomila realtà.

-A. Celletti

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