DAVID BOWIE: LA STAGIONE BERLINESE

Anni travolgenti e sconvolgenti quelli che vanno dal ’60 al nuovo millennio. Anni di cambiamenti, di tumulti politici, di lotte sociali. Soprattutto un quarantennio che vede il panorama artistico ridisegnare le proprie visioni, sperimentare oltremodo fino all’eccesso.
Sono anni in cui si si chiudono i conti col passato e, al contempo, non si ha la capacità di saper prospettare un futuro. Si vive radicati nel presente, nell’attimo. Lo stordimento e l’arrivismo, la fama e la lotta quotidiana. La musica ribelle e la droga. David Bowie (Londra 1947- New York 2016) sembra essere l’icona e il simulacro che incarna i vari passaggi epocali. Dal primo omonimo album del ’67 a Blackstar, la carriera di Bowie è segnata da evoluzioni determinate dalla costante preoccupazione di trovare in primo luogo se stesso. Dipendente dalla droga verso la fine degli anni ’70 decide che sia giunto il momento di voltare pagina, rinsavire. Al limite, ormai, del collasso, decide di trasferirsi in Europa con il ”compagno di bagordi” Iggy Pop. La città scelta non è di certo quella più adatta per disintossicarsi; Berlino era allora nota come capitale europea dell’eroina, eppure Bowie rimase folgorato da questa città. La Berlino di quegli anni era l’opposto della città che è oggi: cupa, divisa, un pò dark e melanconica, che a fatica guardava avanti. Palazzi grigi, cemento sprigionano una decadenza nella quale il cantante, pur se celebre, riuscì a trovare quella quiete che gli permise di disintossicarsi. Amava quella città così underground e il muro divenne un’emblema. Non solo quella linea divideva una città, ma il mondo intero.
A Berlino Bowie e Iggy Pop erano soliti frequentare locali, soprattutto gay e di cabaret drag. La passione di Bowie per il trasformismo, la creazione e sperimentazione di personalità multiple e androgine attraversano questa fase ”anomala”: da un lato sembra voler fuggire da tutto e, dall’altro, ha bisogno di trovare la sua strada personale, prima ancora che una nuova fase musicale. ”Conosci te stesso” sembra il motto inciso sul muro di quella sua Delfi che è Berlino. Vive, si cura, incontra gente. Si accosta al punk rock dei circoli della città. Trascorre tempo nei musei e nelle gallerie (Bowie era un grande amante della pittura e lui stesso fu pittore). Lavora. Berlino è la capitale che ha visto nascere il più celebre brano della storia della musica ”Heroes” e, di conseguenza, il relativo album. Il brano, finito di comporre (ispirato da un bacio galeotto tra Tony Visconti e un’amante) e immediatamente registrato, divenne un inno identitario per i giovani berlinesi. Due dimostrazioni: la modifica di un verso in ”the shame was on the other side” (in occasione di un live per i 750 anni della città) e l’inserimento del brano (con la presenza dello stesso artista) nel celebre film ”Noi i ragazzi dello zoo di Berlino” (1981). L’album rappresenta una nuova tappa nella carriera di David e il punto d’incrocio tra un passato controverso e glorioso e le stagioni artistiche presenti, segnate dalla definizione del genere punk e la nascita di una nuova cultura New Romantic, con gruppi estrosi e ”ambigui”, ammirati e seguiti da Bowie (esempio: Culture Club). Qualcuno ha giustamente sottolineato che l’impressione fosse quella di un Bowie che nel look imitasse i nuovi arrivati. In realtà era l’esatto contrario. Bowie era un mito, una leggenda. Non imitò mai, ma fu sempre imitato.

-A. Celletti

FONTE IMMAGINI: WEB

”Ashes to Ashes”, 1980 in Scary Monsters. D. Bowie nel ruolo di un Pierrot come anti-maschera. Il video riflette il nuovo mondo abbracciato dal cantante

D. Bowie in ”Labyrinth”